Luca Avoledo – No Vegan – La verità scientifica oltre le mode – Sperling & Kupfer, 2017[1]

 

            Primo libro dell’autore, in risposta alle continue domande del suo pubblico, può definirsi senza ombra di dubbio un ’corposo’ lavoro  controcorrente che mette in guardia dalle false credenze e dai miti del veganesimo dogmatico, che bacchetta i vegani intolleranti, violenti, aggressivi e loda quelli ‘raziocinanti’ che seguono una (vera) ‘dieta’, consapevoli dei suoi pregi e difetti, e non un pastrocchio fai-da-te. I primi mettono infatti a rischio la propria salute per seguire ciecamente un’ ideologia forse ‘animalista’ facendone un cavallo di battaglia in ogni occasione, dimentichi, aggiungiamo,  che fino alla prima metà del secolo scorso l’umanità non conosceva gli integratori alimentari e in modo particolare la vitamina B12 la cui scoperta e produzione su scala industriale a nostro avviso ha tracciato lo spartiacque tra il periodo della ‘predazione’  e quello del ‘rispetto’ delle altre specie animali. Stranamente però Avoledo, anziché enucleare la parte ‘cattiva’ del veganesimo trattando l’argomento dal punto di vista esclusivamente scientifico, si concede continui riferimenti a detti e fatti dei componenti di tale ‘setta’, scusandosi in anticipo per rivolgersi loro, in tutto il testo, come ‘i vegani’. In tal modo finisce col suggerire al lettore ‘sprovveduto’ (che magari ha saltato il preambolo del libro) l’idea che il veganesimo sia rappresentato principalmente da costoro, dove l’ideologia predomina sulla ‘ratio’. Dalle indagini sociali che egli cita non appare peraltro il numero di quanti apparterrebbero all’una o all’altra categoria (ossia dei ‘buoni’ e dei ‘cattivi’), per cui si può ritenere con conoscenza di causa che si stia parlando di frange estremiste presenti in ogni categorizzazione sociale, inclusi gli ‘onnivori’ che però secondo l’autore sarebbero esenti da tali difetti (a noi risulta non sia così). Meraviglia poi la scoperta dell’autore riguardo allo sfruttamento a scopo industriale del veganesimo, ed in particolare alle tecniche di marketing adottate producendo ‘surrogati’ vegani delle carni e degli insaccati quali ‘esche’ per vegani indecisi, come se l’onnivorismo non avesse generato un business enormemente maggiore con altrettanti, se non peggiori, mistificazioni e a danno delle sofferenze degli animali non umani (è d’obbligo qui citare il ‘Gran biscotto’, marchio che vorrebbe celare al pubblico le sofferenze che stanno dietro al prosciutto).

A tali premesse seguono lunghi  capitoli dedicati alla spiegazione della biologia umana per quanto riguarda l’alimentazione (rigidamente ‘onnivora’), all’evoluzione della nostra specie (una via di mezzo tra i carnivori e gli erbivori) e ai limiti e rischi di un’alimentazione senza derivati animali, sempre nel quadro del vegano ‘disinformato’. Per quest’ultimo argomento, non si può non concordare sull’assenza in forma assimilabile dal nostro organismo della vitamina B12 nei vegetali, mentre per altri nutrienti (calcio, ferro, zinco, vitamina D, …) non si vede il motivo per il quale preoccuparsi, come fa l’autore. Questi sono infatti, per sua stessa ammissione, ottenibili senza problemi o conseguenze per la salute dai vegetali  o al limite (e per la B12 certamente) da integratori. Questa ‘preoccupazione’ a nostro avviso è il tallone d’Achille dell’opera, in quanto ben poca importanza deve avere dal punto di vista scientifico quale sia la fonte di approvvigionamento dei nutrienti, sempre che da ciò non ne derivi un danno. Che una parte della spesa poi , come paventa l’autore, ‘si vada a fare in farmacia’ piuttosto che dal macellaio, resta una squisita questione etica che non dovrebbe  neppure essere citata in un’analisi prettamente ‘scientifica’, anche se dalle conoscenze dipende la morale dell’umanità. L’avversione per tali ‘fonti’ che implicitamente vengono considerate ‘non naturali’, risente infatti del dogma della ‘naturalità’, qualità oggi pressoché scomparsa da tutto ciò che ci circonda. (Senza luce elettrica, non avremmo neppure le carni sul banco del macellaio, così come non avremmo la vitamina B12 in pillole). 

Le opinioni espresse in tali parti dell’opera, spesso suffragate dalla citazione di ‘studi’ e ‘ricerche’ non accompagnate dalla relativa citazione bibliografica, sono comunque in larga misura condivisibili e costituiscono un insieme di informazioni che ogni persona dovrebbe conoscere per non cadere nell’errore di credere ai falsi miti di cui sopra.  Si può tuttavia osservare una non celata propensione dell’autore a sminuire quanto alcune istituzioni mondiali oggi confermano sulla dannosità di certi alimenti di origine animale (v. il noto rapporto dell’OMS sulla cancerogenicità delle carni rosse e in particolare di quelle ‘trasformate’) e a quanto affermano in ponderosi studi enti privati quali l’ADA (Associazione dei Dietisti Americani), o similari, circa la salubrità delle ‘diete’ vegetariane e vegane. In relazione a questi ultimi, vengono inoltre fatte inopportune supposizioni (che ricordano quelle speculari messe in circolo dalla cattiva ‘propaganda’ vegana)  circa la loro affidabilità, che non vengono però rivolte, come deontologia vorrebbe, ai citati enti e istituzioni di parte ‘avversa’, certo esposti alla pressione di potentissime lobby.

A conclusione di tale lavoro, l’autore elenca talmente tanti possibili danni che una ‘dieta’ vegana sbilanciata (ma allora non potrebbe parlarsi di ‘dieta’ ma di pastrocchio fai-da-te) potrebbe arrecare al nostro vegano ‘disinformato’, al punto che sorge il dubbio di come non vi sia incluso il ‘ginocchio della lavandaia’ (ben noto a chi avesse letto ‘Tre uomini in barca’ di J. Klapka J.). Tuttavia, va elargito un plauso all’autore per aver messo in guardia da tali rischi, sebbene quelli di una sbilanciata alimentazione ‘onnivora’ (es. scarsità di frutta  verdura) messi sull’altro piatto della bilancia, vitamina B12 a parte, non sarebbero certo inferiori, anzi. 

Le deduzioni dell’autore, attese su un piano prettamente ‘scientifico’, circa l’opportunità di una corretta ‘dieta’ vegana che questi afferma essere ‘inutile’ (ossia non necessaria) per la nostra salute, e su cui non si può non concordare a patto che si adotti una altrettanto corretta ‘dieta’ onnivora (cosa a nostro avviso più difficile da mantenere), lasciano però assai perplessi quando lo stesso ricorre – a giustificazione del titolo dell’opera - a considerazioni di carattere ideologico ed edonistico, quali: ‘il perfetto equilibrio tra salute e piacere’, il consumo di alimenti ‘sani’ (cose c’è di non sano in un ‘sano’ cibo vegano?) e ‘gustosi’ (chi ha detto che la dieta vegana non lo possa essere?) ‘che nutrano appieno’ (qualsiasi ‘dieta’ deve nutrire ‘appieno’)  e insieme ‘gratifichino il corpo e la mente’. Le ultime parole tradiscono l’importanza psicologica, anche per l’autore, di un’alimentazione che contempli ben altro del puro nutrimento e che al di là di improbabili ‘ideologie’, un qualsiasi vegano anche ‘razionale’ metterebbe  immediatamente in correlazione con la gratificazione datagli dal rispetto per gli animali non umani, da quello per l’ecologia del pianeta e dalla conseguente maggior giustizia sociale. Altro che ‘mode’.  La contrapposizione fatta dall’autore tra ‘gusto’ ed ‘etica’ con un sorprendente ‘autogol’ finale suggerisce quello che oggi ogni umano ‘consapevole’ vorrebbe sentir dire: Go vegan. 



[1] Luca Avoledo è laureato in Scienze Naturali ed ha conseguito un master in Naturopatia. Esercita come Naturopata in Milano. E’ prossimo a conseguire una seconda laurea in Scienze della Nutrizione. Collabora con molte testate giornalistiche e trasmissioni radiotelevisive, tiene corsi, e partecipa a seminari e conferenze quale relatore.